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Enrico Mattei

 

Enrico Mattei nacque ad Acqualagna in una famiglia modesta, figlio di Antonio, un sottufficiale dei Carabinieri.

Siccome nell'età giovanile non sembrava ottenere risultati positivi, né dimostrare costanza negli studi, fu avviato all'attività lavorativa dal padre, che lo fece assumere quale apprendista in una fabbrica di letti metallici di proprietà di tale Cesare Scuriatti a Matelica dove la famiglia si era trasferita nel 1919; qui avvenne il suo primo contatto con i prodotti chimici, in particolare vernici e solventi.

 

 

 

Durante la Seconda guerra mondiale partecipò alla Resistenza come partigiano "bianco" (fra quelli, cioè, che si riferivano all'area politica cattolica)[3], dimostrandosi subito un valido condottiero ed un buon diplomatico (come ne disse in seguito Marcello Boldrini e come, in un contesto più drammatico, confermò Mario Ferrari-Aggradi [4]; a latere resta il giudizio di Luigi Longo, del quale divenne amico personale: «Sa utilizzare benissimo le sue relazioni con industriali e preti»), essendo l'uomo di riferimento della Democrazia Cristiana nel CLN; in tale attività consolidò le sue amicizie con altri partigiani che sempre sarebbero restati per lui persone di riferimento nell'ambito della politica, e proprio fra i suoi compagni di Resistenza avrebbe cercato in seguito, da presidente dell'Eni, gli uomini fidati cui affidare la sua sicurezza personale [5].

Andati vani alcuni tentativi di approccio, alla fine del 1942, con le organizzazioni clandestine antifasciste (per le quali la passata simpatia per il fascismo costituiva un'ovvia ragione di diffidenza), entrò nella Resistenza nel 1943 con una lettera di presentazione di Boldrini che lo fece ricevere a Roma da Giuseppe Spataro [6], che in una clandestinità d'altro genere stava provando a riorganizzare il Partito Popolare dopo la stesura del cosiddetto "codice di Camaldoli". Spataro lo accreditò presso i popolari milanesi e dopo l'armistizio di Cassibile Mattei cominciò ad operare nelle Marche per il CLN. Alla formazione conferì inizialmente un apporto di natura logistica ed organizzativa, procurando armi, vettovaglie e viveri, medicine, ed altri generi utili; riuscì inoltre ad intessere una rete informativa, nella quale coinvolse anche diversi parroci, grazie alla quale si procacciava informazioni "fresche" sugli spostamenti del nemico. Non appena la sua attività cominciò a destare attenzione, assunse il nome di battaglia di "Marconi" e quando le SS cominciarono ad interessarsi più da vicino, perquisendo la sua casa di Matelica, tornò a Milano dove dopo un periodo di quiete si mise a capo di una formazione operante nell'Oltrepò Pavese.

 

Arruolò un numero rilevante di volontari (dai duemila iniziali, secondo Montanelli, se ne sarebbero contati più di quarantamila al 25 aprile del 1945 [7]) e condusse diverse azioni militari, di tanto in tanto rientrando a Milano, dove Boldrini nel frattempo era preso dalla costruzione della nascente Democrazia Cristiana insieme a Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani, Ezio Vanoni, Augusto De Gasperi (fratello di Alcide), Orio Giacchi [8], Enrico Falck (della omonima famiglia di industriali) ed altri futuri esponenti della DC.

Nel 1944 Mattei fu chiamato a rappresentare le formazioni partigiane cattoliche nella segreteria per l'Altitalia della nascente DC di De Gasperi e Gronchi; raccontò Giacchi che Mattei gli si sarebbe presentato autocandidandosi o forse imponendosi come candidato («Sono italiano, ma anche cattolico, vorrei menar le mani in uno schieramento cattolico»). Divenne così un dirigente del partito.

Nel frattempo ottenne il diploma di ragioneria e si iscrisse insieme al fratello a Scienze politiche alla Cattolica. Poco dopo divenne, su investitura di Giacchi, il rappresentante della DC presso la branca militare del CLNAI [9]. Divenne anche il capo militare delle bande partigiane cattoliche e come tale si fece mediatore, ponendo in contatto le formazioni partigiane anche non cattoliche ed il clero [10]. Con Falck si diede alla raccolta di fondi ed i due ebbero un discreto successo nell'attività, tanto che Mattei fu incaricato anche di amministrarli e Longo lo definì «il tesoriere del CVL, onesto, scrupoloso, imparziale». Fu poi vice capo di stato maggiore addetto all'intendenza.

Il 26 ottobre del 1944 fu arrestato nella sede milanese della costituenda DC [11], insieme ad altri esponenti politici, dalla polizia politica della Repubblica Sociale Italiana. Recluso in un carcere di Como, ne evase il 3 dicembre con la complicità di una guardia. Uno degli altri arrestati, Pietro Mentasti, evase un mese e mezzo dopo con l'aiuto di Edgardo Sogno, il quale in seguito raccontò che Mattei, alla presenza dello stesso Sogno, millantò di essere stato l'organizzatore dell'evasione.

 

Immagine:Enrico Mattei.png

 

Il suo ruolo al vertice delle organizzazioni partigiane crebbe ancora e Mattei si trovò in pratica a divenire l'interlocutore di Ferruccio Parri e di Luigi Longo, il quale [12] svelò che era stato fra coloro che avevano chiesto che Mussolini ed altri eventuali arrestati, fossero «passati per le armi sul posto della cattura» anziché consegnati agli Alleati.

Alla liberazione, Mattei fu uno dei sei esponenti del CLN alla testa della manifestazione di Milano.

 

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